“Aveva paura, fece il suo dovere ma non tornò più a casa”

4 mesi fa
17 Giugno 2020
di redazione

Era l’anno dei mondiali vinti, l’anno di Pablito Rossi, l’anno di Bearzot e del presidente Pertini con la coppa del mondo. E tutto questo fece quasi passare (quasi) in secondo piano gli “omicidi eccellenti”, di quel 1982.
L’anno in cui la mafia uccise, fra gli altri, l’onorevole Pio La Torre, Rosario Di Salvo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
E se passarono, nell’attenzione dell’opinione pubblica, in secondo piano omicidi come questi, figuratevi quelli di “tre ragazzi”, servitori dello Stato.
38 anni oggi, sono passati il doppio degli anni che all’epoca aveva Salvatore Raiti e molti più di quelli di Luigi Di Barca, due dei tre carabinieri trucidati dalla mafia nella “strage della circonvallazione”. Il terzo carabiniere di anni ne aveva poco più di quaranta e si chiamava Silvano Franzolin.
I tre “ragazzi” morirono sotto centinaia di colpi di kalashnikov, sparati per ammazzare il boss catanese, Alfio Ferlito, che stavano trasferendo. Insieme a loro, l’autista: Alfio Di Lavore, anche lui molto giovane che, quel giorno, sostituì alla guida il padre.
L’omicidio del boss Ferlito era un “favore” che i corleonesi di Riina facevano al loro alleato catanese, Nitto Santapaola. E per quel “favore” Salvatore, Luigi e Silvano, insieme ad Alfio, vennero massacrati.
La sorella di Salvatore Raiti, Giovanna, racconta che la sera prima il fratello avesse paura ma “l’indomani mise la paura sotto gamba e fece il suo dovere”. Da quel giorno non tornò più. Vivo.
Giovanna Raiti ci chiede di “fare rete” per non spegnere la memoria di questi “ragazzi”. Per non ucciderli ancora una volta.
Io scelgo di ricordare.

temi di questo post